Il Principe dell’Afghanistan

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Non poteva scegliere un periodo più difficile per arrivare in Afghanistan, ma forse è proprio per questo che ha deciso di accettare il posto di inviato delle Nazioni Unite in Afghanistan. Si muove come un principe e ha la saggezza di un re, 19 missioni in paesi in guerra e 39 anni a servizio dell’Onu. Staffan Demistura, di padre italiano e madre svedese, dopo due anni in Iraq e qualche mese a Roma al World Food Progam, non ha potuto resistere alla sfida di questa nuova missione. Non esattamente nuova perché in Afghanistan c’è stato la prima volta nel 1989 alla vigilia della partenza dei Russi, prima ancora della guerra civile, prima ancora dei talebani e della guerra successiva. Non facile l’impegno delle Nazioni Unite che ha un migliaio di dipendenti stranieri, 6000 locali, che provvede dal cibo per la gente povera agli studi geologici, alla politica. L’Afghanistan di oggi spaccato tra violenza, interessi nazionali, pressioni esterne e la presenza militare occidentale, scalpita per vedere qualcosa di buono. Si parla di un’imminente offensiva a Kandahar, del dialogo con i talebani e i signori della Guerra, della corruzione e di un governo di Karzai molto fragile.
Ieri si è conclusa la visita della delegazione di Gulbuddin Hekmatyar, il famigerato signore della Guerra conosciuto per aver ucciso decine di migliaia di afghani. Quelli sopravvissuti a Kabul ancora tremano a sentire il suo nome, eppure oggi con lui si parla e si cerca di trascinarlo nell’abbraccio della politica. Perché l’Onu incontra qualcuno considerato legato ad al Qaeda?

Ci sono due motivi, il primo è che sono venuti per dialogare. L’Onu incontra chiunque. Ho stretto la mano di Hekmatyar in passato, quella di Muhammad Najibullah (presidente afghano fino al 1996), Saddam Hussein (presidente iracheno), Mengistu Haile Mariam (primo presidente etiope), Slobodan Milosevic (presidente della Serbia e della Repubblica Federale di Jugoslavia). Non li ho incontrati per dare credibilità ai loro orrori, ma solo per ottenere qualcosa per la gente che controllavano. Incontrare la delegazione di Hekmatyar non è stato un riconoscimento del gruppo, ma una gratificazione internazionale del gesto di voler parlare. Chi rinuncia alla violenza ed è pronto al dialogo, anche a condizioni non ancora accettabili deve ricevere un segnale e nessuno può essere più credibile delle Nazioni Unite. Pur considerando che sia loro che io, abbiamo ricordi spiacevoli del passato (una ventina di anni fa Hekmatyar tentò di ucciderlo dopo avergli permesso di attraversare il suo territorio per aiutare i profughi afghani), ma coinvolgerli in un dialogo vale la pena. La prova è che hanno posto 15 condizioni e sono tutti negoziabili.

Il secondo motivo?
Ormai tutti, militari e politici, riconoscono che la soluzione in Afghanistan non può essere solo militare, ma è politica, serve dialogare, contrattare, discutere tra afghani e noi lo faciliteremo anche turandoci il naso.

E’ un momento strategico per l’Afghanistan, che sta per succedere?
Sono tornato in Afghanistan dopo due anni in Iraq, lasciando Roma dove avevo piacere di stare, ma con la chiara sensazione che in questo posto sia l’anno cruciale per il giro di boa. O la va o la spacca. Tra adesso e l’estate prossima si saprà se c’è luce in fondo al tunnel e poter contribuire a questa ricerca diventa una sfida alla quale sento di voler avere il privilegio di partecipare. Chi ha vissuto un po’ l’Afghanistan resta attaccato alla sua popolazione che ha molto sofferto e continua a farlo. Detto questo, se è vero che questo è un anno importante, l’operazione di Kandahar e altre in questo periodo hanno una rilevanza particolare. Più psicologica che fisica, più strategica che operativa. L’opinione pubblica afghana deve avere la percezione che i talebani non possono vincere, devono capire che si deve arrivare ad una soluzione all’afghana, magari non sarà perfetta, ma deve essere politica.

Le donne hanno paura delle trattative con i talebani per timore dei compromessi che il governo Karzai può accettare in nome della loro resa, così come le limitazioni sul movimento, l’educazione delle ragazzine.
Qui è dove entra in gioco la Costituzione, che include e garantisce tutte queste cose, ma nel momento in cui rinunceranno alla violenza, si potrà anche stringere una mano che ci fa bruciare e diventa così accettabile anche stringere quella di Hekmatyar. (Messaggero)

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